Il canone. Tra filosofia, arte e scienza

Parte del fascino dell’idea di canone è, probabilmente, dovuta alla varietà dei suoi impieghi. Lo troviamo infatti in ambiti che vanno dalla religione (i testi canonici, il Canone della Messa), alle arti (da quello di Policleto, a quelli musicali e letterari), alla giurisprudenza (la canonistica del Decreto Graziano), all’economia (l’equo canone, il canone di locazione, il canone d’abbonamento, etc.).
Oltre, però, ad essere una nozione evidentemente analogica, suscettibile cioè di molteplici significati, è anche un concetto con una precisa normatività, infatti uno dei suoi proxy più noti è, appunto, l’idea di regola, norma o modello. Da notare che là, dove si costituisce un canone, si sotto-produce di necessità anche un anti-canone, un canone inverso o un canone minore, vale a dire ciò che dal canone differisce, più o meno intenzionalmente, più o meno consapevolmente.

All’origine della parola abbiamo il latino canon -ŏnis, a propria volta derivato dal greco κανών -όνος (dal cui cespite semantico si ricava anche κάννα «canna»), termine che indicava originariamente la canna, e quindi il regolo usato da vari artigiani. Perciò, in origine, canone significa asta, canna o regolo, in altre parole un termine fisico di paragone per capire se una costruzione sia “giusta”, “diritta”, “a bolla”, per così dire, oppure no. In questo gesto di carpenteria archetipico sta tutto il suo potenziale ideale e filosofico.

Immagino che quest’ultima affermazione possa suonare un po’ strampalata, cerco quindi di articolarla un po’ più ampiamente. Torniamo, quindi, allo strumento della bolla, quel metro particolare usato da muratori, geometri e costruttori in genere per valutare la conformità di una superficie o linea a precise indicazioni metriche; la posizione della bolla interna alla livella ci dice se l’oggetto che stiamo misurando è realmente orizzontale/verticale oppure no. Ecco, quest’orizzontalità, di cui il regolo ci informa, è il canone. Letteralmente. Il canone è l’unità di misura che ci permette di valutare quanto le cose che stiamo valutando siano o non siano prossime alla loro perfezione possibile.

Prendiamo il celebre affresco di Raffaello “La scuola di Atene”, al cui centro troviamo Platone e Aristotele, il primo raffigurato con il volto di Leonardo indicante l’alto con l’indice, il secondo ritratto con l’aspetto di Bastiano da San Gallo con la mano stesa in posizione obliqua a intendere una diversa strategia argomentativa. Ecco, l’alto verso cui punta Platone/Leonardo è il canone, la regola, il ciò verso cui occorre allinearsi per pronunciare discorsi veri. Anche la mano aristotelica è in qualche modo un gesto di adeguazione alla realtà, dove la misura è esterna.

Ma restiamo ancora un po’ appresso al magistero degli antichi ripropostici da Raffaello. Tutta La scuola di Atene è un grandioso progetto di ascensione verso l’alto, dove appunto questo alto è una dimensione “metafisica”, sovrasensibile, nella quale si trova la regola alla quale tentare di conformarsi. A partire dai livelli inferiori, dove troviamo Pitagora e la sua scuola da un lato, Archimede nei panni di Bramante e i loro adepti dall’altro, il modello è sempre quello di un continuo rimando a una verticale ideale che offre quell’armonia, quella coordinazione, quella unificazione altrimenti mancanti. Tutta la raffigurazione segue questa salita verso il canone.

Ci si ricordi anche, en passant, che una delle occorrenze greche del termine verità, oltre alla più nota ἀλήθεια (alètheia, che letteralmente significherebbe svelatezza, o meglio ri-velazione), è ὀρθότης (orthòtes) vale a dire conformità, appropriatezza o coerenza. Ora, coerenza e verità non sono proprio la stessa cosa, ma non sono neppure due concetti irrelati l’uno all’altro. Larga parte della filosofia platonica prima, e quella aristotelica a suo modo poi, sono infatti proprio la ricerca dell’orthoteia. L’ortodossia non è che l’opinione δόξα (doxa) giusta, ὀρθότης appunto.

Dunque, il canone ha a che vedere con l’atto di misurare e con una misura che non è di questo mondo, ma che in qualche modo ci è nondimeno familiare. Un po’ come a dire che il canone è qualcosa che ci permette di sbirciare nelle sfere celesti.

Un detto africano riportatomi da un amico, molto in linea con quello che sto cercando di dire, recita: “Se vuoi tracciare diritto il tuo solco, attacca l’aratro a una stella”. Anche qui torna l’immagine dell’agricoltore artigiano che ha il problema di tracciare linee diritte, e risolve il problema riferendosi ad una misura superiore. Sarebbe un po’ troppo lungo da dimostrare, quindi mi limito ad accennarlo, ma anche l’epistemologia contemporanea post gödeliana ci ha spiegato che per dar/riconoscere senso a un teorema occorre fare riferimento a un ordine di grandezza superiore ed esterno agli elementi del teorema stesso.

Insomma, quando si parla di canone, quando si cerca un canone, inevitabilmente prima o poi ci si imbatte in un sopra e un sotto, in una misura o un modello. Questo aspetto è abbastanza evidente nelle arti, dove, appunto, la nozione di canone è quasi omonima a quella di modello. Meno nota è invece un’altra dimensione del canone che pure è fortemente intrecciata con quanto appena detto: quella morale. Dire canone è dire in qualche modo dover-essere. Qualcosa rispetta il proprio canone, la propria regola d’arte, appunto, quando è conforme al suo “dover-essere”. Non tutto ciò che è, è infatti conforme alla sua norma generativa, al suo canone.

Poniamo l’esempio della costruzione di un tavolo. Un tavolo per essere tale “deve” esibire certe caratteristiche; quelle “canoniche” sono l’avere uno o più supporti (gambe, o gamba unica), dovrà poi avere un piano, e questi due elementi dovranno stare in un preciso rapporto tra di loro. Non potrà, cioè, definirsi tavolo un piano inclinato su gambe asimmetriche. Sarà qualcos’altro, ma non un tavolo. Poi, una volta definito che siamo, se lo siamo, in presenza di un tavolo, potremo ancora chiederci di che tipo di tavolo si tratti, a quale stile appartenga, quale sia il suo design: potrebbe essere barocco, stile impero, Biedermeier, minimalista etc., a seconda che onori i canoni di questi stili. Ci sono cioè dei doveri che l’identità oggettiva delle cose mostrano più o meno onorati dalla costituzione delle cose stesse. E, si badi, di norma diciamo che è un buon tavolo quanto più e quanto meglio sia stato, appunto, onorato il canone di riferimento. Buono, cioè, vuol dire conforme alla regola d’arte che ci presiede.

Ma a cosa serve il canone? Harold Bloom, influente critico letterario (e molte altre cose) e accademico di Harvard tentò di rispondere a questa domanda in un suo importante studio nel 1994, The Western Canon, the Books and School of the Ages. Il testo si apre proprio con la questione del senso del canone e lo studioso risponde alla domanda spiegando, in sostanza, che da principio esso non era altro che la scelta dei testi da tramandare e studiare presso le istituzioni. Un’antologia ragionata, potremmo dire. Meglio: cosa dovrebbe leggere un individuo che oggi desiderasse dotarsi di una formazione culturale adeguata? Il canone sarebbe la bussola orientativa per coloro i quali si pongano tale obiettivo. Chi legge, oggi, deve scegliere, non c’è tempo per leggere tutto. Da qui l’esigenza di una selezione. Questa scelta è, appunto, ciò che va a costituire il canone. Questo discorso vale per le arti, le scienze, la giurisprudenza, etc.

Dunque, il canone assolve a una funzione eminentemente pratica: quella dell’orientamento in un ambiente affollato e altrimenti non navigabile. Tanto più oggi dove la disponibilità di letteratura, di qualsiasi genere, esubera di molto la capacità di “lettura” di ciascuno. Questa curvatura pratica pare distante dalla natura ideale e “metafisica” che abbiamo rassegnato poc’anzi e, d’altra parte, è vero che una delle funzioni del canone è anche quella di orientamento. Fa parte, appunto, della natura normativa osservata poco sopra.

Per comprendere meglio come conciliare questa dimensione pratica con la sua natura ideale, sovrasensibile per certi versi, val probabilmente la pena formulare un’ultima domanda: come si costituisce il canone? O, forse, sarebbe più corretto chiedere: come si istituisce? Oppure scopre?
I verbi non sono “innocenti”: se dicessimo che il canone si istituisce, in qualche modo staremmo dicendo che non ha oggettività, ma che sia solo la convenzione ad avercelo consegnato in questa forma; se dicessimo che si scopre, al contrario, staremmo affermandone un’oggettività dura, preesistente, come una vena d’oro che stava lì da millenni e che solo oggi riusciamo ad estrarre. Se invece parlassimo di costituzione, faremmo riferimento al processo in forza del quale prende forma il canone, non escludendo che in questa sua genesi vi siano tanto parti oggettive quanto altre soggettive.

La storia delle arti potrebbe aiutarci a scegliere il verbo adeguato alla genesi del canone. Se si pensa alla scoperta della sezione aurea, dell’aspetto matematico inerente alle proporzioni armoniche, e di come da queste acquisizioni abbia preso vita un modello rappresentativo forte, senz’altro si viene portati a valorizzare la dimensione della scoperta, rispetto a quella dell’istituzione soggettiva; d’altra parte, se si pensa poi al succedersi dei canoni, dei gusti artistici, all’avvicendarsi degli stili, a volte al loro contrapporsi, e come tutto questo abbia altresì influenzato la formazione dei modelli, l’impressione che se ne ricava è di un importante aspetto soggettivo.

Una parola definitiva sulla questione sarebbe davvero azzardata, ma un’ipotesi che accolga entrambi i lati della questione forse non sarebbe impropria. La mia idea è, dunque, la seguente: ogni canone nasce da un nucleo oggettivo forte, da una scoperta reale spesso formalizzata in un’invarianza, una ricorrenza, uno schema esplicativo che ci dica qualcosa della struttura profonda della realtà. Accanto a questo genere di scoperte, solitamente poi matematizzate, si costruiscono una serie di approssimazioni, variazioni e riprese che esprimono e danno forma all’intuizione originaria. Il canone, dunque, si colloca al crocevia tra la dimensione più propriamente conoscitiva – c’è una verità fondativa intuita a carico della realtà – e quella desiderativa – l’aspetto di bellezza e armonia derivante dal vero che si intuisce appartenere a tutto il reale -. Il canone trae da qui il suo carico ontologico di normatività. Perché le cose siano belle, devono rispettare… il canone, appunto.

Una bellezza è canonica quanto più si approssimi a quelle leggi di proporzione e armonia che sono iscritte in qualche modo nella realtà; non solo, quelle leggi sono sì oggettive, ma incomplete, suscettibili cioè di continuo aggiornamento, giacché la nostra conoscenza della realtà è sempre un cantiere aperto, da qui il carattere di provvisorietà del canone stesso. Tale provvisorietà non ne inficia l’oggettività, ne mina semmai l’apoditticità.

Un’obiezione spesso rivolta ai “canonisti”, cultori e custodi dei canoni, è quella di un’indebita esclusività del canone a discapito di altre forme di espressione; è un’obiezione non banale e non infondata, ma, se si comprende l’ultimo tratto di questo rapido percorso, si può vedere come appunto la provvisorietà della fisionomia del canone impedisca che questo si accrediti a dogma indiscutibile. Oggettivo non significa immutabile, soggettivo non significa arbitrario.

Nel canone troviamo in opera un misto di oggettività, anche dura se si vuole, coniugato alla scelta umana delle fonti normative, così che a un unico canone corrispondano una molteplicità virtualmente infinita di sue incarnazioni. Se si vuole, è questa una specie di platonismo rovesciato, dove anziché ascendere dal molteplice all’Unità si parte da Quella, per riprodurla in modi differenti. Canonici.

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