Quando il bello favorisce il buono. Spunti di ecologia umana

Riprendo qui alcuni spunti elaborati nel maggio 2022 a proposito di bellezza e bontà, sviluppati originariamente presso il Circolo Canottieri dell’Aniene in occasione dell’asta di beneficienza organizzata dalla Fondazione Alberto Sordi per il Progetto Alisea. L’occasione dell’intervento fu propiziata dalla generosità di alcuni artisti, che misero a disposizione le proprie creazioni, così che il ricavato delle vendite potesse andare a favore della costituzione di un giardino sensoriale terapeutico per il centro di cure palliative.

Si trattava quindi di opere d’arte – bellezza -, donate a favore di un progetto di solidarietà per i più fragili,  – bontà – appunto.

Già, ma cosa si deve intendere per bellezza? È una domanda che sta alla base non solo dell’estetica, ma potremmo dire della filosofia lato sensu di tutti i tempi, insieme alle sue idee sorelle di verità e bontà. Prendo avvio per questa riflessione, tra le diverse disponibili, dall’ipotesi di S. Tommaso per cui:

Pulchrum est quod visum placet

Vale a dire: Bello è ciò che, visto, piace. Se non fosse per quel visto, sembrerebbe la classica versione un po’ soggettivistica per cui il piacere sarebbe l’arbitro finale di ciò che è bello.

Cosa si intende, invece, con quel visum? Probabilmente l’aggiunta del participio visum a monte della gratificazione che ci porta la bellezza significa che essa intrattiene un rapporto particolare con la sfera cognitiva. Un rapporto tale per cui quando ci si manifesta una particolare forma, questa trova corrispondenza o risponde a un’attesa che spesso non sapevamo neppure di nutrire sino a che non si sia “vista” appagata.

Questa visione, ma potrebbe essere anche ascolto o altra percezione, forse meglio a questo punto dire epifania, questa manifestazione, dunque, mette in luce alcune caratteristiche che hanno un riscontro di piacevolezza particolare. È chiaro cioè che il placet di cui si parla non è un piacere qualsiasi, ma è un tipo specifico di gratificazione, un piacere disinteressato ma al contempo attrattivo, trasparente ma denso di contenuto. Insomma, una gratificazione del tutto particolare. Si ricordi, poi, che il piacere (nel cui etimo sta il verbo placare) è sempre la risposta ad un’esigenza, a volte recondita.

In questo senso il bello ci pone al crocevia di due trascendentali classici: il vero e il buono. Nella dottrina classica dei trascendentali dell’essere, il vero dice della relazione tra l’essere e l’Intelligenza, mentre il buono dice di quella tra l’essere e la Volontà. Il bello, che pure ufficialmente non comparirebbe tra i trascendentali classici, si inserisce però in qualche modo a mezza via tra queste due dimensioni, poiché pone in luce la desiderabilità del bene, dove quel “mettere in luce” milita a favore della sua fibra intellettuale, e la desiderabilità parla invece dell’aspetto appetitivo/volitivo.

Questa è quindi una prima approssimazione del tema bellezza-bontà. Ci sarebbe poi anche la via etimologica che ci dice come, almeno in italiano, bello derivi da bonellum, vale a dire una declinazione di bonum, a conferma del fatto che i due ambiti sono apparentati da una lunga storia.

Dunque, a questo stadio dell’analisi, possiamo in qualche modo affermare che il fenomeno del bello interessa tanto la sfera cognitiva, il visum appunto, quanto quella appetitiva, placet! A tal proposito merita di rilevarsi anche un altro punto solitamente negletto: è ben vero che quanto vi sia di bello, ci risulta tale nella misura in cui lo conosciamo, ma è altrettanto vero, e forse ancor più evidente, che di fronte ai grandi spettacoli, al senso di meraviglia per la manifestazione che ci si svela, si accompagna sovente anche una sensazione misteriosa di ulteriorità di significato tutta ancora da scoprire. Un’opera d’arte davvero riuscita, un paesaggio particolarmente d’effetto, ci colpiscono non solo e non tanto per quello che dicono, ma spesso ancor più per quello che tacciono; o, forse meglio ancora, per quello a cui, tacendo, alludono.

Dalla Monna Lisa di Leonardo all’Annunciazione di Beato Angelico, passando per la Nike di Samotracia e per l’Eroica di Beethoven, la forza di queste opere consiste proprio nell’infinita possibilità di significati che continuano a generare in chi vi si accosti. Il discorso vale anche per le riuscite opere letterarie che continuano a parlare, dicendo cose diverse, ad ogni successiva lettura, e con accenti diversi ad ogni appassionato lettore.

Vi è cioè una promessa di continua fecondità nel bello che merita di essere messa a tema.

In termini scolastici (quelli della filosofia Scolastica) questo aspetto veniva descritto nella forma, di cui il bello è percezione. La forma, cioè, è quello che viene visto realmente quando cogliamo la bellezza di qualcosa. La forma, per certi versi, trascende la materia di cui si compone, pur essendovi legata in modo costitutivo (la forma di un tavolo prescinde dal materiale di cui è costituito il tavolo, sia esso legno, metallo o vetro). È sempre la forma che dà all’oggetto di visione la sua claritas. Questa chiarezza è da intendersi più precisamente nel senso della trasparenza. Si pensi, ad esempio, a tanta architettura contemporanea che gioca molto con la trasparenza delle strutture portanti; ecco, questa vena estetica è molto in linea con l’idea classica di claritas.

Ma possiamo precisare ulteriormente, specificando che la claritas è appunto non solo una certa trasparenza formale, ma una evidenza facile e in qualche modo immediata a cogliersi. Si dice infatti che bello sia ciò che visto piace, non ciò che viene conosciuto per via di analisi. Dunque, sì, bello in qualche modo fa rima con vero, ma si dispone su di una diversa traiettoria da quella della scienza normale; potremmo dire che è la visibilità del vero, la sua accessibilità naturale, che l’artista sa mettere in evidenza, a volte aggiungendo, altre togliendo. Si pensi a Michelangelo che vedeva le proprie sculture nel blocco di marmo, da ripulire da quanto vi fosse di troppo.

Oltre alla claritas, la speculazione medievale ha intuito un secondo aspetto del bello che risulta altrettanto, se non maggiormente, di interesse per il ragionamento in corso: l’integritas. Se traducessimo il termine con completezza probabilmente falliremmo il bersaglio per eccesso di zelo; l’integrità è piuttosto quell’aspetto per cui all’opera non manca nulla per dire quello che intende dire. Così che, ad esempio, se pur la Nike di Samotracia manchi di alcune sue parti, mantiene comunque la forma adatta a manifestare la forza e lo slancio che l’autore le voleva attribuire.

Non solo, l’integritas può essere vista come approssimazione sensibile di quella totalità sovrasensibile di cui il bello è in qualche modo messaggero. Quando poco sopra accennavo al fatto che nell’esperienza della bellezza vi è sempre un rimando ad alcunché di superiore, intendevo più precisamente questo aspetto di apertura alla dimensione dell’intero. Questo è un punto importante della riflessione sul bello. Platone intuì con profondità la dimensione metafisica dell’esperienza estetica e la mise in connessione diretta con il desiderio erotico, precisando che il bello rimanda costantemente ad un trascendimento di chi ne fa esperienza, così che dall’esperienza del bello corporeo si venga sospinti/attratti a quella della bellezza dell’anima, e da questa all’esperienza mistica del bello divino.

Ora, per evidenti limiti di spazio, non è possibile esplorare la tesi platonica sulla natura e la funzione del bello (il consiglio migliore, per chi ne fosse interessato, è quello di leggere il Simposio); mi limito a ricordare l’epilogo teologico religioso di quella parabola, nella quale il bello si fa portavoce della nostalgia dell’intero.

Questo aspetto mistico della bellezza è quello che vorrei rapidamente considerare per concludere il ragionamento sulla connessione tra bello e buono.

Abbiamo già visto nella definizione tommasiana il nesso tra visione e piacere. Si è anche detto che il piacere della fruizione estetica non è un piacere aspecifico, ma piuttosto è la gratificazione della novità che riceve l’intelletto quando accoglie nuove forme. È, cioè, un tipo particolare di piacere a metà tra quello intellettuale, il gusto di conoscere, e quello appetitivo, ovvero il gusto di corrispondere a qualcosa di attraente.

Si è anche notato en passant come il piacere sia sempre una risposta ad una mancanza, così che la gratificazione estetica assolva ad un compito più antropologico che meramente edonistico. Anzi, potremmo forse dire che la gratificazione estetica è la via di riscatto del piacere dalla dimensione puramente autoreferenzialmente soggettiva a quella più oggettiva relazionale.

Il tema dell’integritas ci aiuta a raccogliere questi elementi ponendo in evidenza come il bello reale non solo riscatta il piacere dal rischio della circolarità autoreferenziale, ma dischiude nell’esperienza estetica la possibilità di intuire/vedere l’orizzonte di totalità che le è propria. In altri termini, il bello ricorda che la realtà è più ampia della nostra capacità di fruirne e che ci sono più cose in cielo e in terra di quante noi ne possiamo sognare. Dunque, bello dice di una meta per la quale si è stati fatti e che ancora non è conseguita, ma si lascia vedere nell’orizzonte del pulchrum. È dunque tutt’altro che qualcosa di ornativo o decorativo, è al contrario un’esperienza fondamentale, antropologica primaria.

Un ultimo tassello tra gli spunti che vorrei ordinare in contiguità al tema dell’integrità è il seguente: una parola chiave che descrive il tema della totalità è ὅλος (òlos), che significa appunto intero nel greco antico; da questo termine deriva poi il latino salus, che a sua volta vuol dire salvezza e successivamente salute. Salute, quindi, come riscatto dalla parzialità, salute come integrità, totalità funzionale. Questo per comprendere che, appunto, l’esperienza integrale che dischiude il bello è fondamentalmente un evento “salvifico” di salute nel senso originario del termine. Da qui la considerazione per cui il ruolo delle arti, del bello, nella cura non è appunto una funzione al massimo consolatoria, palliativa, ma, al contrario, è riconciliazione con la dimensione dell’intero che, particolarmente nella malattia, viene messa alla prova.

Il bello, in altri termini, è quanto di più curativo vi sia proprio in virtù della sua capacità specifica di manifestare l’intero, di integrare l’esperienza umana con quanto le manca per riconoscersi pienamente. In questo senso il nesso con il bene dovrebbe essere ora più evidente.

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