Il male: c’è?

Partiamo da un esempio concreto e attuale. Quando lavoriamo con i file all’interno di un sistema operativo può capitare che questi non funzionino. Il termine tecnico per indicare un file non funzionante è “corrupted”, si dice cioè corrotto (termine squisitamente morale) un programma che non riesce a ottenere il fine per cui è stato disegnato. Ci possono essere molte ragioni per cui un file si “corrompe”, quello che rileva è comunque che non potrà conseguire la propria finalità naturale.
Un file integro, invece, completo e dunque non “corrupted” mostrerà la sua integrità proprio espletando tutte le sue funzionalità. Farà ciò per cui è stato progettato.
Forse, questo scenario è più familiare e può aiutare a capire il senso dell’integrità come bene e della difettività come male. La corruzione, quindi, è lo stato in cui versa colui che non riesce più a perseguire il proprio fine.

L’esempio del file corrotto, che non funziona, ci mostra in qualche modo che qualcosa è andato storto, che ciò che dovrebbe funzionare non va, appunto.

Quest’immagine può servirci per un affondo in uno dei temi più profondi e misteriosi della riflessione etica: il male. Sull’argomento si sono ingaggiati i migliori ingegni filosofici e scientifici di tutti i tempi; necessariamente, dunque, quanto verremo dicendo non avrà la pretesa di essere una parola conclusiva su quello che, a partire da San Paolo, è definito il mysterium iniquitatis1.

Dunque, cos’è il male? È possibile darne una definizione?

Come detto poco sopra, questa è una questione complessa che nasce all’interno della teologia e tutt’oggi risuona il grido biblico di Giobbe a chiedere ragione del male che cade sopra la testa del giusto. Leibniz, rigorizzando il discorso agostiniano, sintetizzerà il problema in questi termini: «Si Deus est, unde malum; si non est, unde bonum2. Che potremmo tradurre con: «Se c’è Dio, da dove viene il male? E se non ci fosse, da dove verrebbe il bene?».

Come si può vedere la questione ha una portata enorme e investe il cuore del ragionamento teologico, filosofico – nello specifico quello metafisico -, antropologico e morale.

Ma andiamo con ordine. Nella citazione dionisiana: «Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu»3 (non esiste un’azione completamente buona se non concorrono tutte le bontà, perché ogni singolo difetto causa un male), si mostra come il male sia una sorta di difettività, una privazione, in termini tecnici.

La filosofia Neoscolastica4, con la consueta acribia, distingue privazione e assenza. Vediamo ora perché questa distinzione è preziosa e rilevante ai fini del discorso che stiamo conducendo. Se l’assenza può essere definita una “semplice” non presenza, un non essere della cosa, come ad esempio io non sono in posizione eretta, scrivendo a computer, la privazione esprime una sfumatura ulteriore del non essere, essa si definisce infatti come il “non essere di ciò che avrebbe dovuto esserci”. Non è dunque una “semplice” non presenza, ma è la non-presenza di alcunché di dovuto.

Un esempio gioverà a comprendere meglio. La non presenza di occhi in un sasso è facilmente identificabile come un’assenza: i sassi non prevedono occhi nella loro natura; diversamente, l’eventuale non presenza di occhi in un essere umano, non sarebbe una semplice assenza, essendo gli occhi previsti nella natura fisica dell’essere umano, così che detta non presenza debba piuttosto definirsi nei termini di privazione. Ed è un male questa privazione, è male appunto perché qualcosa di dovuto non è presente. Tutta la fisiologia dell’essere umano è organizzata per accogliere la struttura oculo-percettiva; ove questa non fosse presente, questa privazione si configurerebbe non solo come dolorosa, ma soprattutto come privazione di un bene dovuto. È un male per l’uomo non avere la vista.

Dunque, il male è una forma specifica di non essere. Non è il non essere assoluto, evidentemente, nozione peraltro contraddittoria secondo la lezione di Parmenide, ma è piuttosto un non-essere relativo alla natura della sostanza di cui si predica. La persona non vedente esiste in quanto persona, e questo è evidentemente un bene; la cecità, la privazione della vista, inerisce a una sostanza che esiste ed è positiva. Non esiste la cecità in assoluto. Anzi, questo argomento può essere sviluppato oltre, indicando la poca consistenza ontologica delle definizioni che partono da ciò che le persone non sono, piuttosto che da ciò che queste sono. È uno spunto questo che però ora non possiamo elaborare oltre.

Ora, come si verifica il non essere? In che modo, cioè, il bene dovuto non viene ad essere? Anche qui abbiamo alcuni possibili scenari. Consideriamo la costruzione di un muro. La natura di un muro è quella di essere dritto per poter sostenere i carichi che gli verranno sovrapposti. Poniamo, però, che un muratore lo costruisca storto, in quanto lo impiegherà come contrafforte, per puntellare cioè un altro edificio, così che il muro sarà sì “storto”, difettivo rispetto alla propria natura, ma questa stortura sarà funzionale a un bene architettonicamente superiore. Questo tipo di male lo definiamo “ex virtute agentis”, vale a dire che la causa di questa difettività è data dalla capacità di chi agisce (la perizia edificatoria del muratore, appunto); oppure poniamo che il muro sia storto per l’incapacità di costruire del muratore, in quel caso abbiamo il male “ex defectu agentis”, ossia per l’incapacità dell’agente; come ultimo caso si consideri che il muro risulti storto per il cedimento del terreno su cui si trova, in questo caso abbiamo la difettività “ex defectu materiae”, cioè per la mancanza della materia.

Questi scenari sono tutte possibilità di cause difettive, sono cioè ragioni per cui qualcosa potrebbe non essere come avrebbe dovuto essere.

Per raccogliere quanto esposto sin qui, possiamo notare come la privazione sia un modo dell’assenza, il non essere di ciò che dovrebbe essere, la quale a propria volta è un modo dell’essere. Vale a dire che occorre conoscere quale sia il bene di cui il male è privazione per poter parlare adeguatamente di ciò che non lo raggiunge.

In termini medici potremmo dire che occorre una fisiologia per poter parlare di patologia, occorre conoscere la natura delle cose per poter ragionare su cosa eventualmente manchi ad esse perché siano pienamente partecipi di quella natura. Il tema del male, dunque, per come lo stiamo analizzando in queste righe, prima che essere un capitolo di filosofia morale, è un tema ontologico. Come si è visto sin d’ora, per parlarne si è fatto massiccio riferimento alla coppia essere/non-essere, e si sono esplorate anche le varanti tra essere, dover essere e poter essere.

Non si istituirebbe il tema se non avessimo previamente comprensione della nozione di dover essere; ancora tengo a precisare che il dover essere di cui stiamo parlando non è quello kantiano, della morale, ma quello aristotelico, degli enti. Delle caratteristiche, cioè, che ogni ente deve avere per essere ciò che è.

Una trattazione estesa del tema dovrebbe toccare il male ontologico (la difettività di ogni ente), quello morale (la difettività della volontà che non sempre riesce a volere il bene), quello fisico (il dolore, la difettività costitutiva della fisiologia) e quello cosmologico (le catastrofi naturali, la difettività della materia). Non è possibile, chiaramente, sviluppare questi temi in questa sede, quello che mi preme ribadire è come anche tutte queste articolazioni siano sostanzialmente forme di “deficienza”.

Come riportato all’inizio, il male è misterioso; ora, forse, avendo visto la sua natura “non-ontologica” possiamo capire meglio come mai sia così sfuggente a definirsi. Una definizione vera e propria, positiva, non se ne può dare, si possono al massimo esplorare i confini delle diverse privazioni. D’altra parte, occorrerebbe essere in grado di definire estensivamente la nozione di bene, per poter poi procedere, via negationis, a quella del male, ma anche questa definizione esubera le nostre capacità cognitive. Da qui la “condanna” a rimanere nell’opacità di questa condizione. Da qui, inoltre, si comprende perché, nella storia del pensiero, le trattazioni più estese e illuminanti sul tema si trovino sviluppate per lo più in ambito teologico: la filosofia in genere chiosa quanto i testi sapienziali rivelano a proposito.

Per concludere con San Paolo, dal quale siamo partiti, possiamo dire che ora vediamo «per speculum in aenigmate»5 (come attraverso uno specchio in modo confuso):  la nostra cecità riguardo a questi misteri dipende dalla nostra parzialità ispettiva e non da una loro costitutiva mancanza.

  1. Cf. San Paolo, II lettera ai Tessalonicesi, vv. 6-7. ↩︎
  2. La citazione, tratta dai Saggi di Teodicea, parte prima, n. 20, adatta un testo di Boezio: «Si quidem deus est, unde mala? Bona vero unde, si non est?» (Se Dio esiste, da dove vengono i mali? Ma da dove vengono i beni, se Dio non esiste?), De consolatione philosophiae, I, prosa IV, verso 30. ↩︎
  3. Il testo si trova in S. Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologica, Ia IIae, Q. 18, art. 4, e riprende un celebre passo di Dionigi l’Aeropagita, nel De divinis nominibus, cap. 4, paragrafo 30 [729c]: «Τὸ ἀγαθὸν ἐκ μιᾶς καὶ τῆς ὅλης αἰτίας, τὸ δὲ κακὸν ἐκ πολλῶν καὶ μερικῶν ἐλλείψεων». ↩︎
  4. S. Vanni Rovighi, Elementi di Filosofia, II volume, La Scuola, Brescia 2003, pp. 192-196. ↩︎
  5. San Paolo, I lettera ai Corinzi, 13, 12. ↩︎

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