Le ragioni della fede, la fiducia nella ragione

La comprensione moderna della coppia scienza e fede è modellata per lo più sul paradigma dell’alternativa, quando non della mutua esclusione. Il ragionamento corrente, anche nelle sue forme più elaborate, al massimo arriva a considerare una sorta di pace armata, quando non una guerra aperta, tra le due dimensioni. Da una parte si dice: Se un’affermazione è scientifica, vale a dire comprovata da fatti o evidenze, non vi si crede per fede, la si ritiene fondata per via di ragione e dunque non occorre alcuna fede per aderirvi. D’altra parte, pare fare eco anche una specifica concezione di fede per cui si dice: Se un asserto è un articolo di fede, un Dogma, lo si crede al di là delle evidenze scientifico-razionali che lo potrebbero comprovare. Di più, si arriva spesso anche a dire che: Se fosse provabile per via di ragione, perderebbe la sua natura di Dogma, di verità accettata per via di adesione fideistica.

Vi sono molte varianti, non prive di interesse peraltro, di questo ragionamento che potremmo riassumere nella formula del fideismo da un lato e scientismo dall’altro.

Il fideismo è cioè quella forma di “pensiero” che ritiene la fede sia un dominio esclusivo dell’ambito religioso, che essa sia cioè qualcosa di estraneo all’ambito razionale e viceversa.
Ci sono fideismi affermati per via religiosa, quelli cioè invocati dalla religione stessa che esclude la razionalità dal novero delle attività di cui la religione di occuperebbe; un esempio può essere la tesi protestante secondo la quale si ritiene che la ragione sia la “prostituta del Diavolo” opposta e contraria alla fede. Lutero usa questa formula molto icastica in diversi suoi scritti.
Si capisce come in questa accezione la via per la salvezza sia la “sola fide” ed eventualmente la “sola Scriptura“, senza cioè alcuna mediazione razionale, non essendo la ragione accreditata a riscattare l’uomo dalla sua iniquità. Aspettarsi dalla razionalità alcunché di buono, o addirittura lumi per la salvezza, diventa così non solo un’ingenuità, ma un vero e proprio peccato di superbia.

Oltre a questo scenario fideistico ve ne è poi anche uno che germina dal lato della scienza o, meglio, da una certa accezione di scienza. La scienza tardo illuministica Sette/Ottocentesca imbevuta di Positivismo affermerà senza remore che, appunto, fede è, semmai se ne dovesse parlare, ciò che resta fuori dal perimetro dell’indagine razionale. Un perimetro che, naturalmente, andrà restringendosi sempre più mano a mano che le scienze progrediranno. Dunque, fede come residuo razionale, finché non avremo una scienza che non avrà più bisogno di altro sostegno che sé stessa.

Grosso modo sono questi i cespiti culturali da cui proviene il modello asimmetrico dei rapporti, difficili, tra fede e scienza (fede e ragione). I rapporti, per così dire, sono tesi e conflittuali o perché la prima scomunica la seconda, o perché la seconda bandisce la prima come residuale dapprima e come inutile in seconda battuta.

Eppure, non sempre le cose sono state concepite in questo modo, anzi, questa comprensione antitetica delle due sfere è un portato tipico, in molti direbbero addirittura quintessenziale, della modernità, laddove per lo più la storia, certo complessa, dei loro rapporti non si lascia trattare in termini così netti, antagonistici. Al contrario la relazione tra scienza e fede, così come quella tra fede e ragione, è nata all’insegna della mutua collaborazione, prima che sotto l’ombra della reciproca esclusione o del reciproco sospetto.

Cerco di chiarire. Il mondo greco, nel cui solco concettuale ancora viviamo e nel cui vocabolario questi termini sono stati coniati, adotta come vocabolo per dire fede la parola pìstis Πίστις, scienza invece è detta con il termine epistème ἐπιστήμη. Come si vede entrambi i concetti condividono la radice comune del verbo pistéuw πιστεύω, vale a dire “prestar fiducia”. Ancor oggi, in inglese, il termine belief, credenza, intende sia le conoscenze scientifiche che quelle di altra natura. Si sottolinea, cioè, il fatto che l’azione del credere, il tener per ferma un’idea, un’opinione, è un atto cognitivo che si estende a tutti gli ambiti razionali.

Detto altrimenti, ciò che si crede, non lo si crede al di là o al di fuori della ragione, ma al suo interno. L’oggetto di fede non è un oggetto pensato al di fuori del pensiero, semmai è qualcosa che viene creduto con buone ragioni. Potrà poi capitare che queste ragioni non sempre siano formulate secondo un modello matematico, nondimeno esistono argomenti e dimostrazioni che non sono di ordine aritmetico, ma non per questo sono meno logiche e stringenti.

Per offrire un’immagine medica che può forse aiutare a capire, si potrebbe dire che esiste una fisiologia e una patologia del rapporto tra fede e ragione. Il rapporto fisiologico, normale, è quello nel quale entrambe le facoltà vedono rispettate le reciproche competenze; non solo, è quello nel quale l’una potenzia l’altra, offrendo la fede ulteriore materiale di riflessione alla ragione, e offrendo la ragione ulteriore capacità di comprensione al dato di fede. Di contro il rapporto patologico (come tutte le patologie) è quello in cui la normale tensione tra i due poli della relazione si risolve in un unico elemento, sopprimendo ora il primo (il fideismo, dove viene meno la ragione), ora il secondo (lo scientismo, dove viene meno la fede).

Ma si può dire di più, sempre sulla scorta di fisiologia e patologia. Si può appunto sviluppare una fisiopatologia, vale a dire uno studio rigoroso sullo sviluppo della patologia. Senza entrare nel dettaglio degli episodi storici che hanno portato alla situazione in cui appunto fede e intelletto sarebbero l’una contro l’altro armati, si può osservare come l’intelligenza lasciata a sé stessa, lungi dal fiorire, si degrada nell’autoreferenzialità. Una ragione che non riconoscesse altro da sé stessa, che si attestasse sul solo piano metodologico, come una certa epistemologia avrebbe preteso, si rivelerebbe quanto prima incapace di mantenere le proprie promesse.

Il razionalismo, quella teoria che sostiene non vi sarebbe altro se non ciò che la sola ragione sarebbe in grado di dimostrare, fallisce proprio nel compito fondamentale di dimostrare l’autonomia della ragione stessa. Questo è stato provato in molti modi “razionali”, l’ultimo di questi è il teorema di Gödel detto dell’incompletezza, che in estrema sintesi afferma come non sia possibile, all’interno di un sistema, dimostrare la coerenza del sistema stesso.

Questa fisiopatologia, per restare nel vocabolario adottato sin qui, ha avuto molte articolazioni e diverse cause storiche e filosofiche, che evidentemente esuberano i limiti di questo genere di scritti. Si potrebbe dire, per sintetizzare, che una cattiva comprensione della fede, così come una cattiva comprensione della scienza (ma soprattutto della ragione), portano entrambe, pur per sentieri diversi, alla stessa meta della reciproca esclusione. Questo scenario però è, appunto, quello patologico, non quello fisiologico, anche se oggi pare essere dominante. Del resto, talora le patologie si cronicizzano e ci si abitua anche a ciò che appunto non è normale, salvo poi pagarne conseguenze tanto più pesanti quanto più a lungo è persistita la patologia.

La fisiologia di questo rapporto è quella tracciata da S. Agostino nel libro VII del De Trinitate dove si trova la celebre espressione: “credo ut intelligam“, a cui fa da pendant la complementare “intelligo ut credam“; vale a dire: credo per comprendere e comprendo per credere, disegnando cioè un circolo di reciproca alimentazione tra fede e intelletto, all’opposto del modello di esclusione visto poco sopra.

Quello che spesso sfugge del ragionamento agostiniano è che il cuore dell’argomento è squisitamente filosofico, prima che teologico: se non credessimo/accettassimo l’esistenza dell’oggetto della nostra indagine, questa neppure comincerebbe. Ogni atto intellettivo richiede una previa dichiarazione di fiducia, un’apertura di credito, nei confronti di ciò che si va ad approfondire. Anche lo scettico più radicale non potrebbe esercitare il proprio dubitare su un oggetto inesistente. Anche chi si cimentasse nella dimostrazione dell’illusorietà di una credenza deve concedere all’illusione quanto meno la dignità della sua illusorietà, il suo essere qualcosa. Questo grado zero dell’attività intellettiva è appunto fornito dalla fede, che costituisce quindi necessariamente l’inizio dell’avventura razionale.

Una ragione che rifiutasse questa verità rifiuterebbe insieme ad essa la propria natura, perdendosi quindi nell’incoerenza della falsità. Una fede che non sviluppasse il suo potenziale di razionalità frustrerebbe specularmente la propria vocazione. San Paolo ha una formulazione curiosa a questo riguardo: λογικὴν λατρείαν (logiké latrèia), che in italiano traduciamo solitamente con “culto spirituale”, la versione latina parla invece di “rationabile obsequium“. In questa formula troviamo condensate le coordinate del discorso che stiamo facendo. C’è un ossequio, vale a dire una sequela (come da etimo > ob-sequere), un’adesione, un atto di fede quindi, che è rationabile“, “logico” (λογικὴ in greco), oggi diremmo “ragionevole”, badando però di dare alla ragione il senso di facoltà aperta, non quello razionalistico di ragione chiusa, di calcolo esatto.

Un’ecologia corretta dei rapporti tra fede e ragione è interesse laico, prima di tutto, perché dalla perversione di questo rapporto derivano non solo un’infinità di errori cognitivi, ma soprattutto un’inesausta varietà di cattive pratiche per lo più improntate all’intolleranza di dimensioni essenziali alla vita umana, quali appunto quella spirituale e religiosa e quella scientifico-razionale. I fenomeni di regressione “magico tribale” e l’antagonismo al ragionamento scientifico, speculare ad uno scientismo acritico non meno infondato né meno pericoloso, sono tutti effetti di questa mancata ecologia.

Da qui l’appello ad entrambi i poli di questa relazione a mantenere vivo il reciproco nutrimento: alla fede perché sia sempre pronta a offrire le ragioni del proprio credere, senza cadere in vane idolatrie; alla ragione perché sia sempre aperta allo studio delle proprie premesse, senza cadere vittima di sé stessa e della sua pretesa di esclusività.

Lascia un commento

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑