Il lavoro “basso” e il lavoro “alto”

Per introdurci rapidamente al tema in modo diretto, riporto un aneddoto di qualche anno fa allorché, all’interno di uno scambio con una studentessa di Scienze Infermieristiche, da poco reduce dall’attività di tirocinio, la stessa, con un certo imbarazzo, ebbe a confidare che quando si trovava con i propri amici, al di fuori dell’ambiente professionale, avvertiva un certo senso di pudore/vergogna nel parlare del proprio lavoro, diversamente dai propri pari, i quali al contrario ne facevano molto spesso oggetto di conversazione e/o vanto.

Alla richiesta di elaborare un po’ di più questo stato d’animo, la giovane allieva spiegò che, mentre le altre occupazioni avrebbero per lo più ad oggetto attività “alte” ben dicibili, chiaramente definite – si pensi agli ambiti della legge, dell’architettura, dell’informatica e così via – l’infermiere, che spende i primi anni del proprio apprendistato a imparare come cambiare i pazienti, medicare piaghe o assistere, ove necessario, all’evacuazione delle funzioni fisiologiche primarie, non parla volentieri di queste mansioni, quasi fossero meno nobili, meno “alte”, appunto, di quelle poco sopra menzionate.

Il tema, dunque, dell'”altezza” della materia di lavoro divenne un’urgenza didattica. Cosa significa “alto”, quando lo si dice di un lavoro? Quali sono/sarebbero i lavori “alti” e, di converso, quelli “bassi”? Queste le domande alle quali si cercherà di dar risposta.

Una radice antica

L’idea che occuparsi di deiezioni, piaghe, ferite e tutto quello che è connesso in modo così diretto al metabolismo fisiologico sia qualcosa di basso non è né scontata né automatica, ha una storia che merita di essere ripercorsa per capire se sia una posizione fondata.

In prima battuta si potrebbe ricordare la tesi platonica secondo la quale il corpo sarebbe il carcere dell’anima. La materia, in questo contesto, è qualcosa da rifuggire perché sporca, degradata, un livello inferiore dell’essere nel quale ci tocca di convivere, ma non certo per scelta o per fortuna, è più una sciagura che ci è capitata in sorte, dalla quale converrebbe congedarsi quanto prima.

Non entreremo ora nel dibattito storiografico di quanto veramente di questa tesi sarebbe platonico, o non piuttosto di un certo platonismo successivo. Merita però forse di essere ricordato che la stessa filosofia platonica non nasce dal nulla, Platone riceve infatti la sua formazione filosofica senz’altro presso il magistero di Socrate, ma non meno dalla tradizione orfico-pitagorica, per la quale la netta divisione tra anima e corpo, con la successiva difficile convivenza tra le due realtà, è una tesi affermata.

Dichiariamo così, pur con tutte le cautele del caso, platonica ad honorem la tesi della superiorità dell’immateriale sul materiale. Questa tesi va compresa, altrimenti a tutta prima potrebbe sembrare semplicemente un cascame di tradizioni pur antiche, ma tutto sommato arbitrarie o prive di razionale, mentre con Platone ogni tradizione, ogni mito, viene ripensato alla luce di una profonda e radicale riflessione razionale. Per fare un esempio semplice, consideriamo un tavolo concreto, costruito, poniamo, di legno, con quattro gambe, squadrato e senza particolari decorazioni. Questo specifico tavolo risulta tale non per le sue caratteristiche materiali: ora è di legno, ma potrebbe essere d’acciaio, di cristallo, di formica o quant’altro; così come potrebbe essere rotondo, trapezoidale o di altra sagoma; con una gamba centrale anziché le quattro laterali, ecc. Si potrebbe continuare indefinitamente con i caratteri accidentali che potrebbero essere differenti da come sono. Platone ci invita a pensare che appunto queste caratteristiche materiali sono del tutto mutabili, inessenziali alla definizione di tavolo. Il tavolo in sé, ci direbbe, ciò per cui ogni tavolo, al di là dei materiali di cui è composto, è un tavolo, è il suo aspetto formale/ideale, la sua idea originaria è ciò che rende tavolo tutti i tavoli che esistono. La “tavolinità”, se ci si passa il termine, è ciò che ci spiega perché certi manufatti sono ciò che sono. La conformità dei tavoli esistenti a questo archetipo è il benchmark di riferimento per questo tipo di manufatti.

In sintesi, l’idea, ancorché non sia qualcosa che vediamo con i nostri occhi sensibili, è ciò che, non mutando mai, esistendo archetipicamente, è più reale di ciò vediamo con gli occhi sensibili. Il tavolo ideale è molto più reale del tavolo concreto, perché l’ideale è per sempre, i suoi caratteri sono immateriali e imperituri, mentre il concreto materico, oggi c’è, ma domani cesserà di esistere, la materia si corrompe, è soggetta a mutamento, dunque soffre di un difetto d’essere, è un essere contingente.

Questo, per sommi capi, il ragionamento a valle del quale l’ideale, il non materico, sarebbe alto, nobile e archetipico, mentre il materiale diviene basso, ignobile e secondario. La spinta formalizzatrice del pensiero latamente platonico gerarchizza in modo molto netto il primato del formale sul materiale, dell’immateriale sul materico, dell’eterno sul diveniente. Ci sono ragioni ontologiche profonde a monte di questo percorso, ragioni che hanno a che vedere con la titanomachia con Parmenide (il filosofo venerando e terribile, secondo le parole dello stesso Platone) e la sua ontologia “apparentemente” paradossale. Non seguiremo ora questa traccia, peraltro di estremo e fondamentale interesse, che ci porterebbe però lontano dal punto in discussione, ma torniamo sul percorso del tema: alto-basso, forma-materia.

L’alternativa

Se pur rapidamente, abbiamo visto le ragioni a favore del primato concesso all’immaterico a discapito del materico, detto diversamente del primato dell’anima sul corpo, la prima immortale, perché non materiale, il secondo corruttibile e mortale, perché compromesso con la materia. Questo modello, che in qualche modo è a capo dell’”aristocrazia” dell’immateriale, non è però l’unico in circolazione sul mercato delle idee. Aristotele, allievo geniale di Platone, e come tutti i geni spesso in forte dissenso con il proprio maestro, sviluppò un ragionamento decisamente alternativo.

Lo Stagirita, in un passo non proprio famoso di una delle sue opere biologiche più importanti, il De Partibus Animalium, tesse un vero e proprio elogio della biologia, mettendola a confronto con la scienza ideale “platonica” per eccellenza: l’astronomia. Ricordiamo che a quel tempo si pensava che i corpi celesti albergassero nel cosiddetto cielo delle stelle fisse, pensando cioè che il mondo stellare fosse incorruttibile. Il testo è di grande interesse per l’intento apologetico di Aristotele, che in qualche modo si incarica di difendere lo studio delle realtà materiali, viventi e corruttibili, dall’imperialismo delle regioni immateriali, incorruttibili. Come se, in qualche modo, fosse già consapevole del possibile conflitto tra i due modelli d’indagine, peraltro magistralmente rappresentati dal pennello di Raffaello laddove ritrae i due filosofi secondo la gestualità alto-basso (Platone che indica il Cielo, Aristotele con la mano che parte dalla terra per ascendere).

Vediamo dunque la sua linea di difesa. Anzitutto concede che, quanto all’oggetto, l’astronomia presenta una superiorità ontologica, trattando di realtà incorruttibili, riconosciute come più nobili di quelle corruttibili. Detto questo, però, Aristotele procede poi affermando che, se da un lato l’astronomia presenta una maggior dignità oggettiva, perché appunto ha come oggetto ciò che non si corrompe, dall’altro è quanto di più distante da noi possa esserci e per questo non ne è possibile uno studio empirico vero e proprio; con una bella immagine ci dice che: «Osservare gli astri è come avere una visone fuggitiva e parziale della persona amata» (PA 644 b33-34). Vale a dire che il piacere derivante dal guardare l’amato/a non dipende dalla quantità di dettagli che l’osservazione ci fornisce, ma dalla nobiltà dell’”oggetto” contemplato. Al contrario, la biologia, il mondo materiale, hanno una maggior prossimità all’osservatore e permettono così una miglior indagine empirica e di dettaglio di quanto non permetta la ricerca “siderale”. Epistemologicamente, siamo meglio attrezzati per la conoscenza empirica del vivente corruttibile di quanto non lo siamo per quella delle stelle incorruttibili; se al novero delle discipline astronomiche, dunque, spetta il primato ontologico, a quello delle discipline biologiche spetta il primato epistemologico.

Vale la pena riportare il testo Aristotelico per l’efficacia delle sue espressioni:

Poiché di quelle cose [delle cose divine N.d.R.] abbiamo già trattato, dicendo quanto a noi appariva manifesto, resta da dire della natura vivente, nulla tralasciando per quanto possibile né di poco nobile né di più nobile. E infatti riguardo a quelle cose che alla percezione visiva appaiono sgradevoli, nondimeno la natura che le ha portate alla luce offre piaceri inattesi a coloro i quali siano in grado di conoscerne le cause, ossia ai filosofi per natura.
(PA I 5, 645a 4-10)

Come sempre, non è facile entrare nel testo aristotelico ma, quando lo si riesce a fare, se ne esce poi compensati. Il passo è simmetrico, anche come vocabolario, a un parallelo testo platonico (Repubblica VI 485 a 10-b8) nel quale si parla della natura filosofica, la quale si dimostra appassionata, attratta da ciò che non perisce, che resta nell’essere. Il filosofo, dunque, contempla la verità che non muta, per questo risulta chiaro che sia appassionato di discipline che abbiano l’immutabile e l’incorruttibile a proprio oggetto. Questo parrebbe in patente contraddizione con il valore dello studio empirico, del vivente, che per sua natura nasce e perisce, soggiace cioè alla legge del divenire. Aristotele invece ci dice che le nature filosofiche sanno andare al di là dell’apparenza umile/mutevole di questi enti, cogliendone le stabili ragioni causali.

Nelle realtà biologiche, viventi, affette da generazione e corruzione, l’occhio allenato del filosofo, più che il solo ritmo del nascere e del morire, vede le finalità intrinseche di questo incessante movimento, ne vede la struttura causale. E la capacità di riconoscere le cause è propria delle nature filosofiche più spiccate. La visione di questi rapporti è precisamente la ϑεωρία (theorìa), oggi la definiremmo l’osservazione scientifica, che riconosce bellezza e armonia là dove invece l’αἴσθησις (àisthesis), la percezione sensibile, prova disgusto. La difesa aristotelica della dignità del vivente è la difesa dello scienziato che riconosce nel proprio oggetto forme di complessità crescente: il regno di un ordine superiore, non visibile all’occhio sensibile, ma trasparente allo studio impegnato del ricercatore.

La meraviglia è il frutto dello scrutinio attento e spassionato del vivente: anche quando questo si presenti sotto forme in apparenza sgradevoli, si possono sempre trovare all’opera forme di causalità, finalità e potenzialità inedite, che la natura sa offrire alla contemplazione di chi abbia la pazienza e il gusto della ricerca. Il basso, quindi, per così dire, lungi dall’essere il polo degradato della relazione conoscitiva, il lato materiale difettoso della creazione, diventa il trampolino inferenziale a partire dal quale diventa possibile il moto di ascensione conoscitiva. Vero è, d’altra parte, che per apprezzare il valore delle realtà umili è necessaria un’altrettanta e “colta” umiltà intellettuale, ovvero la capacità di leggere il senso delle realtà transeunti, così da poterne comprendere il significato più ampio.

In sintesi, il basso è il punto di partenza necessario per ogni speculazione reale, che abbia origine nella realtà empirica, concreta, senza la quale il pensiero rischia un pericoloso avvitamento su sé stesso, isterilendosi. Occorrono una formazione e una sensibilità affatto particolari per poter navigare le acque “basse” delle scienze empiriche senza restare incagliati nelle secche di un materialismo asfittico, né in quelle di un idealismo astratto.

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